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Circa dodici anni fa avevo messo
su per mio divertimento una specie di gabinetto di chimica, ove mi
appassionavo a tentare esperienze col segreto proposito di trovare la
sostanza di contatto tra il mondo fisico e il mondo spirituale. Un
giorno, d'improvviso, me la trovai tra mano, quella sostanza: fu, ognuno
lo capisce, l'invenzione più miracolosa che possa immaginarsi. Era
una polverina, che raccolta nel cavo della mano non seppi giudicare se
fosse calda o fredda: era impalpabile e imponderabile, pure anche a
occhi chiusi la mia mano la percepiva; era incolore e visibilissima. Mi
dava, il tenerla a quel modo, una specie di ebbrezza: è da notare che
l'ebbrezza è appunto la condizione intermedia, e come di contatto, tra
la sensazione d'una realtà fisica e lo stato d'animo puramente immaginativo.
Tale era quella sostanza, come subito intuii, e come potei riconoscere
in breve, quel giorno stesso, per caso, lungo una serie di fenomeni
oltremodo curiosi che intorno a me si produssero, e che voglio
raccontare per vedere chi ci crede.
Era d'estate, in un piccolo paese pieno di sole, che sta in mezzo a
una pianura d'Italia.
Chiusa la polvere in una cartina, la misi nel portafogli. In questo atto
m'accorsi che non avevo più danaro; ne cercai invano in tutte le mie
tasche. Io non avevo ancora capito quali potessero essere gli effetti
della virtù di quella polvere, immaginai rapidamente una serie
d'esperienze costose per riconoscerli. Era mezzogiorno. Mi s'imponevano
dunque due problemi di natura finanziaria: trovare il danaro per andare
a pranzo, e quello per fare le esperienze. Il secondo assorbiva il
primo. Uscii di casa, nel sole, con la mia polvere in tasca. Le strade
erano vuote. I miei passi risonavano sui lastrici battuti dalla fiamma
del cielo.
Pensavo. In paese conoscevo due uomini ricchi: Bartolo e Baldo. Sapevo
che Barolo andava qualche volta alla trattoria dello Sperone ardente, di
cui Baldo era proprietario. Vi andai. Il padrone non c’era, era
andato alla sua vigna; ma, o fortuna, c'era Bartolo, con la moglie (una
grassona) e la figlia (una magretta). Stava terminando di pranzare. Lo
affrontai subito:
“Cercavo di lei, signor Bartolo, per associarla a una mia impresa. Ho
scoperto una polvere prodigiosa. Non so ancora a che cosa serva ma so
che essa sta esattamente sul limite tra la vita fisica e la vita
metafisica. Ella intende l'importanza enorme della cosa. Mi occorre
ch'ella mi somministri venticinquemila lire per le esperienze
conclusive. Ci conto”.
(In cuor mio contavo pure di prelevar subito cinque lire di quelle
venticinquemila, per pranzare).
Bartolo s'affrettò a trangugiare precipitosamente, quasi da ingozzarsi,
la pesca che stava sbucciando.
“Alzatevi, donne” ordinò alla moglie grassa e alla figlia magra.
Esse s'alzarono, e lui pure. E avanzò verso me. Aveva un vestito di
tela bianca, e in capo un panama. Aveva gli occhiali d'oro e la barba
bionda. Pareva una vespa nel latte.
“Signor Massimo” mi rispose “lei non sa che io sono povero. Io
non posso somministrarle nemmeno venticinque centesimi. Le giuro che
nel farle questo rifiuto il cuore mi sanguina”.
Sostò. Lo guardai. Mi guardava, onde una gran timidezza mi prese, e
abbassai lo sguardo.
E scorsi che sul suo petto, dalla sua parte sinistra, sotto la tasca del
fazzoletto, sulla tela bianca del vestito c'era una piccola macchia
rossa. Pensavo d'insistere. Ma mi avvidi che la macchiolina era
fresca, e s'allargava. Stavo allora per avvertirlo, quando egli
riprese a parlare:
“Il cuore mi sanguina - ripeté - e io mi compiaccio di
spiegarle...”
Ma non sento più niente. Mi balena un sospetto, una speranza, una
spiegazione, una illuminazione, forse, certo, anzi certo certissimo,
capivo ora gli effetti della mia scoperta. L'uomo parlava entro il
raggio d'azione della mia polvere, la sostanza che segna il punto di
contatto e passaggio tra il mondo reale e il mondo delle immagini: ed
ecco, lui parlava, la mia polvere operava: la mia polvere serve a
realizzare le immagini: le immagini di cui fanno uso gli uomini
parlando. Il cuore mi sanguina, egli aveva detto, e ripetuto. E
il disgraziato...
Io ero senza fiato. La macchia aveva cessato d'allargarsi. Lo guardai.
Era pallido. Colsi ora le sue parole.
“...non ho più quattrini” stava ridicendo, in atto d'andarsene,
con voce fioca “e sa dove li ho buttati tutti? In un anno di cure, di
cure per mia moglie e mia figlia”.
Fe' un cenno dietro le spalle. Perché le due donne, moglie grassa e
figlia magra, s'erano ritirate in un angolo, un angolo quasi buio della
sala, e là stavano, zitte.
“Ho fatto fare una gran cura dimagrante a mia moglie, e una gran cura
ingrassante a mia figlia; e con questo bel risultato: mia moglie è una
botte e mia figlia un'acciuga. Arrivederla, signor Massimo. Andiamo,
donne”.
Si voltò a loro, ma non c'erano più. Non si maravigliò.
Brontolava:
“Saranno andate a casa a prepararmi il caffè”.
Uscì barcollando, senza più voltarsi scomparve. Io allibito ficcai
lo sguardo in quell'angolo buio della sala.
C'era una botte. Un brivido
rapido mi scivolò dai piedi alla fronte. Osai fare due passi verso
quella cosa, mi fermai, così da lontano mi chinai un poco guardando
laggiù. E ai piedi della botte c'era una piccola acciuga miserevole,
salata.
Sua moglie, e sua figlia.
Arretrai. Caddi a sedere sulla sedia davanti al tavolino.
Il cameriere stava rientrando dalla cucina e si piantò ritto in faccia
a me.
Ebbi la forza di mormorare:
“Un pezzo di formaggio, un bicchiere di vino”.
Me li portò. Tacevo. E in breve ogni sgomento sgombrava dall'animo
mio. Alla fine del formaggio, un immenso orgoglio m'invase. Lo
scienziato aveva vinto in me l'uomo. Guardai con gioia l'opera mia
nell'angolo buio. Anche il bicchiere di vino finì.
M'accorsi che un gatto stava annusando l'acciuga, distolsi lo sguardo.
“Quando torna il vostro padrone? Debbo parlargli”
“È andato alla vigna: tornerà verso sera”.
Dopo una sosta, con un sorriso ossequioso:
“Il signore deve perdonarmi se senza volerlo ho sentito qualche parola
della sua conversazione col signor Bartolo. Se al signore occorre
danaro, mi permetta di dirle che fa male a rivolgersi a quei tipi lì.
Le consiglierei piuttosto il commendatore”.
“Quello che sta in fondo alla piazza? Come si chiama?”. “Appunto.
Si chiama... oh non ricordo. Aspetti. Il nome ce l'ho sulla punta
della lingua”.
“Bravo. Mostratemi la lingua”.
“Che dice?”.
“Mostrate, subito”.
Ero cosi imperioso, che lui ubbidì. Cacciò fuori la lingua.
M'accostai, lessi forte:
“Co m-men-da-tor
Bar-ba”.
“Appunto! Come lo sa?”.
“L'avevate sulla punta della lingua”.
“Il signore ha voglia di scherzare. Il commendatore ha fatto due o tre
affari grossi, e ha la cassa ben fornita”.
“Grazie del consiglio. Arrivederci”.
Facevo l'atto d'alzarmi. Il cameriere mi interruppe:
“Se il signore volesse regolare il conticino...”.Additava la
superstite crosta del formaggio.
Io ebbi un'idea grandiosa. Estraggo il portafogli, e impugnandolo,
fisso con energia il cameriere. Egli aspettava. Io gli gridai:
“Siete un asino”.
Sostò un istante immobile, contemplandomi con gli occhi che gli
diventavano immensi e tondi: e tosto intorno a essi sorse un pelame e
avanti si spinse un muso carnoso e in alto scaturiscono due vaste
orecchie e tutto il corpo s'inalzò, ingrossò, setoloso ricadde con gli
zoccoli avanti battendo il pavimento, che risonò. Tutto scrollandosi
frustò l'aria della sala con una coda superba, e il muso proteso a me
di sopra al tavolino usci in un raglio che parve un trombone. Poi di
slancio mi voltò quella coda e ragliando trottò verso l'uscio e fu
nella strada. Corsi all'uscio. Fuori non c'era anima viva; l'asino solo
tra la gran luce era già lontano e trottava orgogliosamente nel mezzo
della strada a coda alta sul selciato sonoro, di tratto in tratto lanciando
un fulgido raglio fino al sole che saettava dal centro del cielo sulle
case e sui sassi.
Rientrai per prendere il cappello. In terra, presso il piede del
tavolino, biancheggiava il tovagliolo caduto dalla zampa anteriore
sinistra dell'ex-cameriere.
Compiutamente sicuro ormai della mia invenzione, uscii tranquillo, e per
le deserte vie meridiane raggiunsi la piazza. Un momento ancora sentii
da una via laterale echeggiare passando un trotto e un raglio, mentre
bussavo alla porta della casa del commendator Barba. Mi presentai. Mi
accolse, nel suo studio, con circospezione e cortesia:
“S'accomodi”.
“Commendatore, io sono un chimico...”.
Cercando le parole per continuare, guardavo intorno. D'un tratto gli
domandai:
“Anche lei si occupa di chimica?”
“Io? Nemmeno per sogno. Perché?”
“Perché vedo scritto, là sui cartoni di quello scaffale in fondo:
"carburi"”
Si mise a ridere: “Lei s'inganna. Io non m'occupo che di affari. In
quei cartoni tengo le mie azioni della Società dei Carburi, e altri
documenti relativi a questo affare”.
“Sta bene. Le dirò subito che per un'impresa, che in breve mi
arricchirà, ho bisogno di una somma, piuttosto forte, per...”.
“Basta!” m'interruppe. “Lei è giovane: faccia da sé. I giovani
debbono fare da sé. Aiutarli è un delitto. Io oggi dirigo cento
affari grossissimi: ebbene, ho fatto tutto da me, dal nulla. Nessuno mi
ha mai aiutato. Io sono figlio delle mie azioni...”.
S'interruppe, e con aria svagata d'un tratto s'alzò, andò verso lo
scaffale, e guardando ai cartoni mormorava affettuosamente: “Mamma,
mamma...”
Io repressi il riso, e con aria innocente domandai: “Perché dice
"mamma mamma" a quei cartoni?”
“Io dico "mamma mamma" a quei cartoni?... Chi sa, qualche
volta sono distratto. Lei non ha idea: troppi affari, ho troppi
affari. La mia testa è un vulcano”.
M'alzai e detti un balzo indietro spaventatissimo. Infatti un torbido
pennacchio di fumo gli sgorgò dalla testa. Avevo raggiunto l'uscio. Mi
voltai un momento, a tempo per vedere un nugolo di faville e sputi di
lava al soffitto con un rumore di pesce a friggere. Fuggii a precipizio,
sbattei la porta, mi ritrovai sulla piazza deserta. Raggiunsi il
limite del paese, andai a sedermi sul margine d'un prato ove sbocca un
viottolo. Alla esaltazione si mescolava ora in me più d'una vena
d'inquietudine. La mia invenzione è enorme. Ma occorre essere prudenti.
Per essa in meno d'un'ora avevo già innocentemente sacrificato una due
tre quattro cinque, sì cinque persone: Bartolo dissanguato, sua moglie
e sua figlia rese inservibili, il cameriere inciuchito, il commendatore
vulcanizzato. Meditai lungamente. (Ogni grande impresa ha avuto i suoi
martiri). Elucubravo le possibili applicazioni industriali della mia
scoperta. Il sole declinava. Ma non mi mossi; non a caso, pur nella mia
agitazione, ero venuto proprio a quel viottolo: di là doveva arrivare
Baldo, il ricco padrone dello Sperone
ardente, tornando a vespero dalla sua vigna. Come gli esporrò la
cosa? Verso occidente, il cielo era tutto addobbato di nuvolette a
festoni, di fiocchi rosei a ghirlande tra il raso azzurro dell’aria. E
da lontano vidi spuntare sul viottolo Baldo. Veniva a passi tranquilli,
paffuto e raso, con una curva pancia soave. Fumava un’avana, e
s’avvicinava. Io trepidavo, e tentai di vincermi. Cercavo un bel
saluto che lo disponesse a benignità. S’avvicinava. I bocciuoli di
rosa dall’alto azzurro piovevano riflessi amorosi sul carneo fiore
sbocciato del suo volto. Era a tre passi da me; come mi vide la sua
bocca si chiuse a un sorriso sereno. Io mostrai di scorgerlo soltanto in
quel momento. – Oh – dissi – oh, signor Baldo, qual
buon vento vu porta?
E un caro vento spirò dalla terra, un dolce zefiro su mollemente
sollevato portava lui, sopra ai prati, sopra alle siepi, sopra alle cime
degli alberi. Io alzando a mano a mano la faccia guardavo: Baldo
elevatasi morbido sempre più in alto verso il placido etere; sopra le
ali dello zefiro tiepido lepido in panciolle se n’andava; fin che il
fumo del suo avana si confuse tra le nuvolette, e il fiore sbocciato del
suo volto sfumò tra le rose del cielo. |