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Educazione degli adulti / L'Italia al di sotto della media degli altri paesi 

Il bisogno di "fare sistema"

di Dario Missaglia
Segretario generale Ffr-Cgil

Quando nel giugno scorso Cgil Cisl Uil sottoscrissero con Confindustria un importante documento sulle priorità per lo sviluppo e la competitività del paese, era già presente, almeno negli attori sindacali dell’iniziativa, la consapevolezza che gli obiettivi di Lisbona avrebbero costituito per il nostro paese una meta sostanzialmente irraggiungibile. 
Non a caso lo stesso documento, nell’indicare le linee di azione da proporre al governo, si esprimeva in termini di realistici per "obiettivi di avvicinamento alle mete indicate da Lisbona". Com’è noto quel documento non ebbe alcun seguito nelle scelte che il governo avrebbe compiuto nei mesi successivi predisponendo la legge finanziaria approvata a colpi di fiducia dalle Camere. 

Nubi sul futuro 
Da allora altre nubi si sono addensate sulle prospettive di Lisbona. La rottura del Patto di stabilità ha costituito un elemento grave accentuato da quanto accaduto nei giorni scorsi con il fallimento del tentativo della presidenza italiana di condurre a buon porto la delicata missione del varo della Costituzione europea. E la rottura del patto è avvenuta senza che le forze sindacali fossero in grado di far pesare una valutazione che, proprio a partire dagli obiettivi di Lisbona, ponesse il problema di non inchiodare quel patto a una mera logica di stabilità ma fosse capace di orientarlo intelligentemente verso obiettivi condivisi di rilancio della crescita e dello sviluppo attraverso nuovi investimenti dedicati alla ricerca e innovazione, alle infrastrutture, alle politiche di istruzione e formazione. 

E così l’Europa rischia nei prossimi mesi di ritrovarsi con un mercato più largo, ampliato dall’ingresso dei nuovi membri della Comunità, ma con una rottura delle sue regole interne, l’assenza di una Costituzione europea e con un evidente indebolimento del modello di sviluppo europeo che da Delors in poi aveva fatto dell’Europa un soggetto in grado di collocarsi autonomamente nello scenario della competizione internazionale. Se oggi non chiudiamo gli occhi di fronte a questo scenario, dobbiamo dire con molta franchezza che gli obiettivi di Lisbona rischiano di essere irrimediabilmente compromessi.E che impedire tutto ciò significa fin da oggi, e senza ulteriori indugi, lavorare per realizzare le condizioni perché ciò non avvenga. 

La necessità di una svolta 
Non è facile nel nostro paese porre le condizioni per una svolta ma questo governo, che è prodigo di retorica sull’Europa "del capitale umano", va posto di fronte alle proprie responsabilità. Il sistema universitario è al collasso e corre sul filo di un sempre imminente blocco della sua attività ordinaria; la condizione degli studenti si è fatta insopportabile e monta giustamente un’ansia rivendicativa di un diritto allo studio che è tornato ad essere lusso e privilegio di pochi. La ricerca pubblica versa in una condizione insostenibile: aumento della precarizzazione del lavoro e investimenti totalmente al di sotto delle necessità. Ben vengano iniziative anche private come quelle recenti (Telethon) ma esse non possono in alcun modo essere sostitutive di una politica innanzitutto pubblica per la ricerca. E infine il sistema di istruzione e formazione, in cui i processi sociali che investono la domanda non trovano risposta in un’offerta che è bloccata dalla politica regressiva della Moratti e, anche qui, dall’assenza dei necessari investimenti. 

Un quadro inquietante 
Massimo Negarville, in un recente convegno promosso dalla Camera del Lavoro di Milano e dalla Cgil-Scuola, ragionando sulla base dei 15 indicatori di qualità per il lifelong-learning elaborati da Ocse, Unesco e altri organismi, ha evidenziato come l’Italia si collochi al di sotto della media degli altri paesi, proprio sulle questioni più decisive: livelli di alfabetizzazione linguistica e matematica, possesso di competenze trasversali, familiarità con le nuove tecnologie, grado di partecipazione al sistema formativo per adulti. Il quadro è particolarmente inquietante in quanto, in base all’età e al genere, si evidenziano i seguenti fenomeni: • tra i giovanissimi c’è un 4 per cento che non raggiunge la licenza media; • tra gli adulti di 20-29 anni, un terzo non va oltre la media; • nella fascia 30-59 anni, quasi il 20 per cento è in condizioni di bassissima scolarità; • le giovani donne mostrano una scolarità superiore ma il dato si inverte nella popolazione adulta. 

Un quadro così inquietante dimostra quanto fossero fondate le tesi da tempo sostenute da Tullio De Mauro a proposito di un massiccio fenomeno di analfabetismo di ritorno nel nostro paese; dimostra ancora quanto debole sia l’opera della scuola nel garantire risultati socialmente apprezzabili sia nelle fasce formalmente più colte ( diplomati ) ma soprattutto nelle fasce più deboli. Del resto, altre ricerche condotte nel paese confermano che le culture e i titoli di studio delle famiglie, delle madri in particolare, continuano a essere determinanti per il futuro dei propri figli. 

Cresce l’educazione degli adulti 
Eppure cresce, e in modo imponente, l’educazione degli adulti. Lo dimostrano i Centri territoriali permanenti (Ctp). Istituiti nel lontano ’97 con la O.M. 455, sono passati da 26 nel 1997-98 a 539 nel 2001-02. Vi operano circa 4.000 docenti, 1.150 assistenti amministrativi e collaboratori scolastici. Negli anni è cresciuta anche l’utenza: da 152.000 nel 1998-99 siamo passati a 383.790 nel 2000-01. Colpisce soprattutto, all’interno di questa esplosione di domanda, il fatto che ben 180.000 persone siano provviste di titolo superiore o di laurea (il 47 per cento del totale) e che i cosiddetti moduli brevi (informatica e lingue straniere) rappresentino in assoluto la domanda crescente degli adulti. Insomma la tipologia della domanda è fortemente cambiata ed è evidente il rischio di consolidare un processo in cui le nuove opportunità diventano un vantaggio ulteriore per chi ha già una buona formazione di riferimento mettendo in discussione quello che era stato condiviso come l’obiettivo fondamentale da perseguire attraverso l’importante accordo Stato-Regioni del marzo 2000: offrire nuove opportunità formative soprattutto alle fasce più deboli. Quell’accordo, di cui le confederazioni hanno sollecitato unitariamente da tempo una coerente attuazione in tutte le sue parti, si fondava sulla concertazione tra le istituzioni a tutti i livelli e sul confronto permanente e strutturato con le parti sociali; si collocava coerentemente nello scenario della riforma del titolo V, esigeva il raccordo con i servizi per l’impiego e la definizione di un sistema di standard e di certificazione delle competenze. 

L’accordo congelato 
Malgrado la costituzione di otto comitati regionali, in realtà quell’accordo è stato congelato da una politica del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che ha progressivamente ridotto le risorse fino a delineare un ripiego nello stretto recinto dei corsi di alfabetizzazione funzionale. Emerge così, ancor più di prima, il bisogno di "fare sistema", di costruire le condizioni "pubbliche" perché l’offerta formativa possa incidere sulla domanda e sui contenuti della formazione. C’è dunque un percorso da riprendere, e da riprendere unitariamente, per sollecitare anche le Regioni a non cedere a una linea del fai-da-te che non sarebbe meno dannosa di quella ministeriale. 

Oggi le confederazioni hanno una ragione in più per riprendere questo percorso. L’avvio dei fondi interprofessionali per la formazione continua dei lavoratori può infatti rappresentare una straordinaria occasione se le confederazioni innanzitutto sapranno collegare questa opportunità alle politiche della lifelong-learning. Se insomma sapranno vincere il rischio autoreferenziale che è insito nella natura dei fondi costruendo solidi rapporti con l’offerta formativa programmata dalle Regioni. Se sapranno fare del territorio, con tutte le sue risorse (la scuola, i Ctp, e anche le risorse vive del terzo settore) il luogo privilegiato del proprio intervento anche per sollecitare dal basso una legge per il sistema dell’educazione degli adulti. 

Una forte ripresa d’iniziativa 
Solo con una forte ripresa d’iniziativa le Confederazioni potranno così sostenere anche quegli interventi di riforma che le migliori esperienze in campo sollecitano sul versante della professionalità dei docenti, della loro formazione e reclutamento, di un organico certo per un’efficace programmazione degli interventi, delle risorse necessarie per realizzare un obiettivo che parla a tutto il paese e al suo futuro.

 

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