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LETTURE CONSIGLIATE

Umberto Curi
Polemos. Filosofia come guerra
Bollati Boringhieri

Nato a Verona nel 1941, è professore ordinario di Storia della Filosofia e Presidente del Corso di laurea in Filosofia dell'Università di Padova. E' Direttore della sede di Venezia dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e della Fondazione "Istituto Gramsci Veneto". Visiting Professor presso le Università di California (Los Angeles) e di Boston, ha tenuto cicli di lezioni e conferenze nelle Università di Berlino, Barcellona, Buenos Aires, Città del Messico, Cordoba, Lima, Murcia, Rio De Janeiro, San Paolo, Vancouver e Vienna.

 

 Rüdiger Safranski
 SCHOPENAUER
 
Longanesi

Il destino di Arthur Schopenhauer fu quello di vivere in un periodo che gli permise, come accadde a pochi altri suoi contemporanei, di intrecciare l’esistenza con una stagione fondamentale della filosofia e, più in generale, della cultura tedesche. Dalla giovinezza amburghese all’odiato apprendistato commerciale e ai difficili rapporti con la madre, dalle lezioni berlinesi di Fichte all’incontro con Goethe a Weimar, dalla «sfida» accademica a Hegel al successo arrisogli soltanto nel crepuscolo della vita, Rüdiger Safranski ricostruisce con rigore l’intero arco della biografia schopenhaueriana. Si addentra nella fitta rete delle relazioni intellettuali, sentimentali e quotidiane da cui nacque un’opera filosofica tra le più affascinanti, intrisa di pessimismo e di suggestioni mistico-orientali, che fu gravida di conseguenze ed esercitò un notevole influsso su artisti e filosofi quali Wagner, Nietzsche, Thomas Mann.
Ma il vero protagonista del libro sono «gli anni selvaggi della filosofia», quel mezzo secolo di storia del pensiero che va da Kant al romanticismo, dall’idealismo a Feuerbach e Marx e che ha il suo centro nella scoperta dell’io: un io che riporta le sue certezze metafisiche sulla terra e trova, insieme alla felicità del «fare », la vanità delle proprie illusioni.

CARLO BERNARDINITULLIO DE MAURO
Contare e Raccontare

Dialogo sulle due culture
Laterza, 2003; pp. 144

Tullio e Carlo sono, rispettivamente, Tullio De Mauro e Carlo Bernardini. Sono personaggi noti. Il primo, valente linguista, è stato recentemente Ministro della Pubblica Istruzione e dell’Università. Il secondo, fisico-matematico, direttore di “Sapere”, è spesso “sui giornali” in queste settimane per le sue coraggiose prese di posizione a proposito della ristrutturazione del CNR.
  “Contare e raccontare” è la trascrizione di un loro dialogo estivo su quel problema delle due culture che Bernardini ricorda sin dall’inizio con infastidita ironia: “anche le “due culture”, come il “progresso” sono bandite dal discorso colto: è stato detto che si tratta di dibattito sorpassato, che Charles P. Snow parlava in “altre” circostanze: ma quando mai?”
Il tono di Bernardini è questo: brillante, ironico, a volte graffiante (ad esempio, quando se la prende con gli storici della scienza che non sono stati mai degli scienziati: “il cazzeggio è diventato un mestiere ben remunerato e contrastarlo sembra un atteggiamento da bacchettoni”).  

Più “posato” è lo stile di De Mauro, che inizia il suo intervento ricordando le argomentazioni dell’amico-rivale, alle quali si propone di rispondere.
Ma anche De Mauro non si fa affatto pregare per usare toni polemici. E all’amico-rivale non gliele manda a dire. Gliele dice direttamente. Ad esempio quando replica alle continue lamentele dei matematici di essere emarginati dalla cultura di Croce e  Gentile e di essere ignorati per la difficoltà del loro linguaggio: “troppo umanesimo e perciò poca scienza? Ma no, poco umanesimo e poca scienza perché poca è la propensione nazionale all’accertamento rigoroso di fatti e dati, alle misurazioni e descrizioni precise, all’esperienza diretta.(…) dobbiamo risalire una lunga china di generazioni. Abbiamo bisogno, dobbiamo riuscire ad avere più lettura e più scuole serie per tutti e in esse più matematica e più latino, più fisica e più filosofia, più lingue e più storia, per avere più filologia e umanesimo e più cultura scientifica. E, forse, qualche cialtrone imbonitore di meno. (…) L’estranea a quel linguaggio vi si perde e di conseguenza non coglie il valore predittivo, la compressibilità algoritmica di quella formula. Bene, ma è colpa dell’umanista? Perché, un medico non trova difficoltà? E un neurologo o biologo? E un geologo? Ed è sicuro che ogni fisico, ma che dico?, ogni matematico salti come un grillo attraverso gli algoritmi di rami disciplinari non suoi? O, pare di capire da qualche tuo accenno, anche loro, perfino i fisici e i matematici possono trovarsi in difficoltà dinnanzi a trattazioni di chi coltiva qualche raro e per loro sofisticato ramo collaterale? E se ciò accade che vuol dire, che siamo tutti umanisti?”.

L'ITALIA MALTRATTATA
Francesco Erbani
Ed. Laterza, Ottobre 2003

Francesco Erbani è un narratore dell’oggi e si iscrive con questo testo alla nota Scuola dei nipotini di Marotta secondo la definizione contenuta ne L’oro di Napoli, “non mi vergogno di riesumare queste cose; i narratori oggi debbono ritrovare il coraggio dei fatti o andarsene al diavolo come ogni altra splendida superfluità”. Come il Franchini de L’abusivo e la Antonella Cilento de Non è il paradiso – con l’espediente del reportage narrativo - Erbani racconta l’hic et nunc dell’assalto ai beni culturali ed ambientali italiani avendo bene presente il passato ed essendo costretto ad abbandonare le soavità delle descrizioni da Grand Tour. La sua tesi è che negli ultimi cinquant’anni una società civile che ha perso ogni senso ed il valore delle proporzioni abbia smarrito con esse anche la giustizia e la sicurezza. L’esercizio di un’attività edilizia sostituita alla conoscenza della bellezza di un paesaggio “che raggiunge vette monumentali (…) o che si disperde più minutamente in un filare di aceri che sorreggeva una vite maritata, in una pieve, negli sparuti resti di un porto fluviale di età romana”. Sì, questi nuovi talebani dell’arricchimento veloce hanno attaccato il bene più grande – e non riproducibile – che ha l’Italia: il suolo. Hanno fatto questo – “accanto all’incapacità si protende la volontà” – distruggendo quegli equilibri naturali che facevano tintinnare di luce un agrumeto con un muretto a secco di tufo. Insomma hanno devastato tanta bellezza solo in forza di guadagni di pochi contro i molti; per accrescere patrimoni privati ai danni di quello che una volta si definiva “il pubblico”, ma che ora dopo la Tremonti-Urbani veramente avremmo molte difficoltà a definire. Lo schema del libro – dopo la sintesi dell’introduzione che abbiamo cercato di fare; ma che presa a sé stante è una costituzione ambientale preziosa a futura memoria – prevede quindi tre spaccati generali e storici sul Suolo, la Deregulation e l’Abusivismo. Poi otto storie concrete che vogliono assurgere – nelle intenzioni dichiarate dall’autore – a casi simbolo nella loro triste tipicità (per usare un concetto giuridico da ius honorarium); storie note a tutti gli italiani: la ricostruzione post-terremoto a Napoli; le villette del Nord Est; Bologna l’indotta; Palermo sventrata; Venezia in affitto; il Villaggio Coppola; Agrigento, la valle assediata; abusivi a Roma. Qualcuno potrebbe obiettare – simili obiezioni le sentiamo dappertutto – che “tutto ciò è triste ma che bisogna fare, andare avanti”. Ebbene a questa civiltà del fare male, del non riflettere; del considerare l’ordinamento giuridico italiano materia di ius singularis noi ci opporremo sempre con forza. Perché forse oggi dire la bellezza a mo’ dei grandi narratori del Grand Tour si può fare solo denunziando questo sacco barbarico attuato da pochi speculatori a danno dei cittadini oramai ridotti solo a teleutenti che devono consumare in nome del Pil e dell’euro per combattere il diavolo giapponese e l’impero economico americano. In quella foto di copertina che vede un Villaggio Coppola ancora in piedi specchiarsi nelle sue brutture c’è tutta una metafora che dice di una sconfitta: una società civile inesistente che autoreferenzialmente si guarda allo specchio e si compiace…

CON I LIBRI
Maurizio Bettini

1998
Copertina "I libri parlano sistematicamente di noi, e ogni lettura altro non è che la decifrazione di una parte diversa di noi stessi".

Il libro di Bettini parla proprio di noi: lettori, appassionati delle parole che si intrecciano, si rincorrono, si formano unendo quei piccoli segni convenzionali che sono le lettere e che ci restano fissi nella mente, sanno creare una realtà diversa per ogni lettore, sanno interpretare sensazioni e sentimenti non altrimenti espressi. Nascono così nuovi miti, nuovi dei, nuove leggende, nascono e muoiono, perché i libri sono creature che hanno forse una vita più lunga di quella umana, che hanno la capacità di una giovinezza duratura (a meno che tra le loro pagine, da imprudenti, non si collochino petali di rose o foglie che inevitabilmente appassiscono e segnano con tracce del tempo quel libro), ma che alla fine muoiono, muoiono con noi, per rinascere forse nella lettura di un altro. C'è chi pensa che le librerie in cui i volumi si collocano, dopo la lettura, siano loculi (loculamenta, dice Seneca), a dimostrazione che ogni libro è un corpo, che può essere sezionato e ucciso, quindi "sepolto".
CONTRO LE RADICI
in Saperi, culture, educator
Annuale IRSIFAR
Franco Angeli 2001

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